Una chiesa che custodisce un autentico scrigno di opere pregevoli e rappresenta uno dei più significativi esempi di gotico angioino in Calabria.
Si tratta della Chiesa di Maria SS. del Rosario di Vibo Valentia. In origine, sullo stesso sito sorgevano la Chiesa di San Francesco e l’annesso Convento dei Frati Minori Conventuali. Quest’ultimo iniziò a essere costruito nel 1284, quando i frati ottennero dal re Carlo I d’Angiò un terreno sul quale edificare il complesso monastico. In quel periodo la città si chiamava Monteleone.
Durante alcuni scavi effettuati nell’orto del convento furono rinvenuti reperti dell’antica Hipponion, colonia magnogreca fondata da Locri Epizefiri tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C. Altre testimonianze della città magnogreca sono presenti a Vibo Valentia, come le Mura Greche, una cinta muraria in blocchi di tufo a secco lunga circa sette chilometri, diverse aree sacre e numerosi reperti conservati all’interno del Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi”, ospitato nel castello cittadino. Oltre alle rovine di un teatro greco-romano, furono rinvenuti anche i resti di terme che, in epoca successiva, vennero utilizzate come peschiera dagli Svevi e dagli Angioini. Le pietre del teatro furono invece impiegate dagli Agostiniani Scalzi per la costruzione della Chiesa di San Carlo.
I lavori del convento francescano furono ultimati nel 1337. In seguito ai numerosi terremoti che colpirono la zona, la chiesa venne ricostruita nel 1776 in stile barocco, come testimonia un’epigrafe conservata al suo interno. Dell’edificio medievale sono ancora visibili i costoloni in pietra dell’arco dell’altare maggiore e la cappella gotica dedicata a Santa Caterina, nota come Cappella De Sirico-Crispo, unica superstite delle quattro cappelle che originariamente si trovavano lungo il lato destro della chiesa.
La cappella prende il nome dal suo fondatore, il cavaliere angioino Domenico De Sirica, il cui sarcofago è custodito al suo interno. Un’iscrizione del 1343 ne attesta la presenza, insieme ad altre sepolture coeve. Il sepolcro marmoreo di De Sirica potrebbe essere opera della bottega del senese Tino da Camaino, giunto a Napoli nel 1323. La cappella venne restaurata nel 1555 da Pandolfo Crispo, marito di Camilla De Sirica, ultima discendente della famiglia.
Entrando nella cappella, il visitatore può ammirare in tutta la sua eleganza lo stile gotico angioino, sviluppatosi in Calabria tra il XIII e il XIV secolo durante la dominazione angioina del Regno di Napoli. Questo stile riprende modelli francesi e provenzali, fondendoli con tradizioni normanne, influenze arabe provenienti dalla Sicilia, elementi svevi e contributi dell’architettura cistercense locale. Pur conservando le caratteristiche fondamentali del gotico europeo, come gli archi acuti, la luminosità degli ambienti e la ricerca della verticalità, il gotico angioino si distingue per una maggiore semplicità formale e per l’integrazione di elementi tipici dell’architettura italiana, dando vita a uno stile elegante ma meno monumentale rispetto al gotico francese.
Ciò che mi ha colpito particolarmente è la decorazione bicroma dei costoloni, ottenuta mediante l’alternanza di fasce chiare e scure, che richiama soluzioni diffuse nell’architettura dell’Italia centrale, soprattutto nella tradizione gotica umbro-toscana. Questo elemento può ricordare i rapporti con la bottega di Tino da Camaino; tuttavia, le decorazioni bicrome possono essere interpretate anche come il risultato della circolazione di modelli artistici nel Mediterraneo, che coinvolse il mondo bizantino, la Sicilia islamica e l’architettura normanna dell’Italia meridionale.
Degni di nota sono anche i gigli francesi (fleur-de-lis) scolpiti sui capitelli. Nella cappella il giglio compare non solo come elemento decorativo, ma anche nell’araldica dei De Sirica, sulla chiave di volta e sugli stemmi scolpiti del sarcofago. Ciò suggerisce che il motivo facesse parte di un preciso programma simbolico, legato sia al prestigio della famiglia sia alla cultura cavalleresca e politica angioina del Trecento.
Su una porzione del pavimento sono inoltre presenti delle riggiole, o rigiole, ovvero mattonelle decorative in maiolica risalenti al Seicento.
La cappella custodisce un quadro di San Francesco d’Assisi, attribuito probabilmente a Francesco Zoda, detto “vera immagine del santo”, replica di un noto dipinto medievale. Francesco Zoda era un pittore del tardo barocco meridionale attivo tra il XVII e il XVIII secolo, originario dell’area di Vibo Valentia (all’epoca Monteleone di Calabria). Lavorò soprattutto in Calabria e in Sicilia, realizzando pale d’altare, affreschi e dipinti di soggetto religioso per chiese e monasteri.
Consultandomi con il parroco del Convento dei Frati Minori Conventuali del Sacro Cuore di Catanzaro Lido, Padre Rocco Predoto, abbiamo constatato che la rappresentazione di San Francesco d’Assisi con il saio francescano corredato di cappuccio e cordone, mentre tiene la croce in una mano e il libro nell’altra, costituisce il più antico modello iconografico elaborato nel XIII secolo. Tale configurazione visiva aveva lo scopo di presentare il Santo sia come Alter Christus, simboleggiato dalla croce, sia come interprete e promulgatore del Vangelo, richiamato dalla presenza del libro.
Le più significative testimonianze artistiche medievali che ripropongono fedelmente questa iconografia derivano dall’attività di Margarito d’Arezzo e della sua bottega, che diffusero e reinterpretarono questo schema figurativo attraverso numerose varianti realizzate in diverse regioni della penisola italiana. Margarito d’Arezzo (attivo nella seconda metà del XIII secolo) è considerato uno dei più importanti pittori italiani prima di Giotto di Bondone e una figura centrale della pittura toscana medievale. Nato probabilmente ad Arezzo intorno al 1220-1230 e morto dopo il 1290, fu autore di numerose tavole dipinte a soggetto religioso, croci dipinte e immagini di santi destinate alla devozione. La sua arte si colloca nella tradizione bizantina, caratterizzata da figure solenni, frontali, dai contorni marcati e dall’uso di fondi dorati.
Nelle foto di questo post aggiungo pure:
Il quadro nella cappella della Chiesa del Rosario di Vibo Valentia;
L’opera di Margarito d’Arezzo che si trova a Roma all’interno della Basilica e Convento di San Francesco a Ripa;
Un’altra opera di Margarito d’Arezzo che si trova nel Museo Civico di Montepulciano; Ed infine, la Tavola con San Francesco e quattro miracoli del Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco in Assisi.
Ci sono cose in comune tra i quattro quadri: il saio, la Croce, il libro. In alcune raffigurazioni ci sono le stimmate, mentre nella prima, no. A volte il libro è aperto e altre volte è chiuso. Nell’ultima opera, San Francesco non ha il cappuccio.
Forse l’artista che dipinse il quadro nella Cappella De Sirico-Crispo, secondo il parere di Padre Rocco, operò una sintesi di diversi modelli iconografici, oppure esisteva un prototipo identico che oggi non siamo ancora riusciti a individuare.
Per quanto concerne la presenza della croce a doppia traversa potrebbe essere interpretata come un possibile richiamo alla simbologia angioina, soprattutto considerando che la cappella si inserisce in un contesto architettonico e culturale di matrice gotica legato al periodo angioino nel Mezzogiorno. Tale elemento potrebbe quindi riflettere una memoria visiva o una rielaborazione di modelli iconografici diffusi in età medievale nell’Italia meridionale. La Croce di Lorena (detta anche croce d’Angiò) è un simbolo araldico formato da una croce con due traverse orizzontali invece di una sola. Nasce nel Medioevo e viene associata prima alla casata degli Angiò (Anjou) e poi ai duchi di Lorena, da cui prende il nome. Per questo in araldica è spesso chiamata anche “croce patriarcale” in alcune varianti storiche. La traversa superiore richiama il titulus crucis (la scritta “INRI” sulla croce di Gesù), la traversa principale rappresenta la croce di Cristo. È una croce “a doppia barra” nata come simbolo nobiliare medievale e diventata poi un importante emblema politico e religioso nella storia europea.
Dal 1810 la Chiesa di San Francesco assunse la denominazione di Chiesa di Maria SS. del Rosario. Tale cambiamento fu conseguenza del terremoto del 1783, che distrusse la chiesa sede dell’antica Confraternita del SS. Rosario; la confraternita venne quindi trasferita nella chiesa francescana.
L’Arciconfraternita di Maria SS. del Rosario e di San Giovanni Battista fu istituita nel XVI secolo dopo la fondazione del convento domenicano. Non è dunque casuale trovare, tra le numerose opere custodite nella chiesa, il dipinto raffigurante San Domenico e San Francesco d’Assisi che si abbracciano. L’opera, realizzata da Giulio Rubino, risale al Settecento.
Accanto alle opere pittoriche meritano particolare attenzione anche le statue lignee settecentesche della Via Crucis, realizzate da Ludovico Rubino e ancora oggi portate in processione durante il Venerdì Santo.
Di notevole pregio è inoltre l’altare maggiore in marmi policromi, al cui centro campeggia un bassorilievo raffigurante San Francesco orante. Secondo lo studioso Mario Panarello, l’altare potrebbe essere opera di scultori serresi.
L’Arciconfraternita di Maria SS. del Rosario e San Giovanni Battista di Vibo Valentia ebbe inoltre l’onore di annoverare, l’8 dicembre 1903, papa Pio X come primo priore onorario. Il pontefice, proclamato santo nel 1954, accettò l’incarico su richiesta del padre Bernardo Maiolo, generale dei Minimi, e del giovane monteleonese mons. Francesco Franco. In occasione della festa mariana dell’8 maggio, Pio X contribuì personalmente con una donazione di 250 lire in oro, accompagnata da una sua benedizione autografa.
Dopo il terremoto del 1905, il vescovo Giuseppe Morabito incaricò il segretario del sodalizio, l’avv. Pasquale Lo Bianco, di distribuire una somma di denaro ai contadini più bisognosi di Monteleone. Tuttavia, gli stessi destinatari decisero di devolvere il contributo per la realizzazione di un nuovo grande simulacro della Vergine del Rosario. L’opera venne realizzata in cartapesta dall’artista napoletano Raffaele La Campa, che riprodusse in grandezza naturale il gruppo raffigurato nel dipinto eseguito da don Emanuele Paparo a metà Ottocento, oggi collocato accanto al portone d’ingresso della chiesa.
Sia nella scultura sia nel dipinto sono raffigurati la Madonna del Rosario con alcuni santi domenicani: San Domenico, San Tommaso, Santa Rosa e Santa Caterina da Siena.
La visita alla Chiesa di Maria SS. del Rosario è stata possibile grazie alla pagina Facebook di SPQVIBO, che mi ha fornito le informazioni necessarie per organizzare l’accesso. Un ringraziamento va all’assessore Francesco Colelli e, soprattutto, al dott. Proto dell’Arciconfraternita di Maria SS. del Rosario e San Giovanni Battista, che ci ha aperto la chiesa e accompagnato nella visita con competenza e grande disponibilità.

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