Tra le figure meno conosciute ma più suggestive della santità calabrese medievale si ricordano Sant’Onofrio di Belforte e sua sorella Sant’Elena, due eremiti legati alla tradizione basiliana e al territorio dell’attuale provincia di Vibo Valentia. La loro memoria è avvolta da elementi agiografici, tradizione popolare e frammenti storici, ma proprio per questo conserva un fascino particolare: racconta una Calabria antica, fatta di grotte, boschi, monasteri greci, penitenza e silenzio.
Sant’Onofrio di Belforte non va confuso con il più celebre Sant’Onofrio anacoreta d’Egitto, venerato nella Chiesa universale. La tradizione calabrese parla infatti di un altro Onofrio, vissuto nel X secolo, originario di Belforte, antico centro del Vibonese nei pressi di Vazzano. Secondo il racconto tramandato, egli apparteneva a una famiglia nobile: il padre sarebbe stato conte del paese. Ancora giovane, Onofrio lasciò la casa paterna contro la volontà della famiglia per dedicarsi completamente a Dio, scegliendo la vita eremitica secondo l’ideale basiliano.
La sua scelta fu radicale. Onofrio si ritirò in una grotta, in un luogo boscoso e appartato, lontano dagli uomini e dalle comodità. Qui visse in preghiera, digiuno e penitenza, distinguendosi per l’austerità della vita. La tradizione lo ricorda come un uomo consumato dal desiderio di Dio, capace di trasformare la solitudine in una forma altissima di comunione spirituale. Il Martirologio Romano lo presenta come eremita “insigne per i digiuni e l’austerità di vita”, parole che riassumono bene il suo profilo ascetico.
Accanto a lui si colloca la figura di Sant’Elena, sua sorella. Anche Elena, secondo la tradizione, seguì il fratello nella scelta della vita religiosa. La sua presenza è importante perché mostra come l’ideale ascetico non fosse riservato soltanto agli uomini, ma coinvolgesse anche donne capaci di rompere con le attese sociali del tempo per consacrarsi alla preghiera e alla penitenza. Di lei le fonti tramandano meno notizie rispetto a Onofrio, ma il suo ricordo resta unito a quello del fratello: due vite parallele, nate nello stesso contesto familiare e orientate verso lo stesso assoluto.
Il luogo d’origine dei due santi, Belforte, merita particolare attenzione. Oggi non è più un centro abitato nel senso pieno del termine, ma un sito della memoria storica vibonese. Le testimonianze moderne lo indicano come un antico insediamento nei pressi di Vazzano, abbandonato dopo il grande terremoto del 1783. Quel sisma fu una delle più gravi catastrofi della storia calabrese: tra il 5 febbraio e il 28 marzo 1783 una lunga sequenza di forti scosse devastò la Calabria meridionale e centrale, provocando distruzioni estese e profondi cambiamenti nel territorio. Anche Belforte viene ricordata tra le località abbandonate dopo quell’evento.
La vicenda di Sant’Onofrio e Sant’Elena si inserisce nel più ampio contesto della Calabria bizantina. Tra il IX e l’XI secolo, molte zone interne della regione furono segnate dalla presenza di monaci italo-greci, spesso chiamati basiliani. Essi vivevano in monasteri, laure, eremi e grotte, portando con sé la lingua greca, la liturgia bizantina e una spiritualità severa, fondata sul digiuno, sulla veglia e sulla preghiera continua. Il territorio vibonese, come molte aree delle Serre e dell’entroterra calabrese, conservò tracce di questa presenza monastica.
Sant’Onofrio di Belforte non va confuso con il più celebre Sant’Onofrio anacoreta d’Egitto, ampiamente venerato nella tradizione cristiana orientale e occidentale. Il riferimento a “del Chao” o “del Cao”, presente in alcune ricostruzioni agiografiche locali, va collegato con prudenza alla memoria del santo calabrese e al territorio di Belforte, senza identificarlo automaticamente con l’origine del nome dell’attuale comune di Sant’Onofrio. Quest’ultimo, infatti, richiama più verosimilmente il culto dell’anacoreta egiziano, mentre la figura di Onofrio di Belforte appartiene a una tradizione locale distinta, legata alla Calabria bizantina e alla vita eremitica basiliana.
Il legame tra il santo e il paese di Sant’Onofrio è dunque profondo. Non si tratta soltanto di una devozione importata, ma di una memoria radicata nel territorio. La tradizione racconta che l’abitato nacque o si sviluppò attorno al monastero e al culto dell’eremita, in un’area nella quale la presenza basiliana aveva lasciato un’impronta significativa. Ancora oggi Sant’Onofrio conserva nel nome, nella devozione e nelle feste religiose il ricordo di questa origine spirituale. Il santo patrono è celebrato dalla comunità con manifestazioni religiose e civili che rinnovano il senso di appartenenza del paese.
Sant’Elena, pur meno documentata, rappresenta un elemento essenziale di questa storia. La sua figura completa quella di Onofrio e ricorda la presenza femminile nella santità calabrese medievale. In un’epoca in cui le fonti spesso parlano poco delle donne, Elena emerge come testimone silenziosa di una consacrazione totale. La sua scelta di seguire il fratello non va interpretata come semplice dipendenza, ma come partecipazione autonoma a un ideale spirituale altissimo: lasciare il mondo per cercare Dio nella solitudine.
La tradizione dei due fratelli richiama molti temi cari al monachesimo orientale: il distacco dalla famiglia, la rinuncia alla ricchezza, il ritiro nella natura, la lotta contro le passioni, il digiuno e la preghiera incessante. La grotta, in particolare, assume un valore simbolico. Non è soltanto un riparo fisico, ma un luogo di trasformazione interiore. Come nei deserti d’Egitto e di Siria, anche nei boschi calabresi la solitudine diventava un deserto spirituale, uno spazio in cui l’uomo e la donna potevano confrontarsi con se stessi e con Dio.
La memoria di Sant’Onofrio e Sant’Elena di Belforte invita anche a riscoprire la geografia sacra della Calabria interna. Accanto alle grandi città e ai monasteri più celebri, esiste un patrimonio di luoghi minori: grotte, ruderi, sentieri, antichi insediamenti, chiese scomparse e toponimi che conservano tracce di una spiritualità millenaria. Belforte, Vazzano, il Cao e Sant’Onofrio appartengono a questa mappa nascosta, dove storia e devozione popolare si intrecciano.
Oggi parlare di Sant’Elena e Sant’Onofrio significa dare voce a una memoria fragile ma preziosa. Fragile, perché le notizie storiche sono scarse e spesso filtrate dalla tradizione; preziosa, perché custodisce un modo antico di intendere la fede, profondamente legato al territorio. I due santi di Belforte non furono protagonisti di grandi eventi politici, né fondatori di città potenti. La loro grandezza fu un’altra: scegliere il silenzio, la povertà e la preghiera come via di libertà.
In Sant’Onofrio e Sant’Elena rivive la Calabria bizantina degli eremiti: una terra aspra e luminosa, dove la montagna e il bosco diventavano monastero, dove la grotta diventava cella, dove la rinuncia diventava testimonianza. La loro storia ricorda che anche i luoghi più piccoli possono custodire grandi memorie spirituali, e che la santità calabrese non vive soltanto nei grandi nomi, ma anche in figure umili, locali e quasi nascoste, capaci ancora oggi di parlare al cuore di una comunità.