La Fondazione Nazareno è “Oasi del Cuore”, tempo del sospiro nel deserto che, si fa isola sospesa, punto fermo, ombra per il riposo, luogo di contemplazione, approdo di quel tempo che rallenta il suo corso, per farsi carezza di palma, sorriso del vento, terra battuta dalla brezza del mare per le ispirazioni dell’arte e degli artisti.
Presso la sede monumentale della Fondazione Nazareno, scrigno architettonico inserito nella ricchezza urbanistica e commerciale del cosiddetto quadrante, forse il perimetro più prezioso dell’Urbe, è andata in scena “Guerra e migranti”; una gran bella mostra; un allestimento ben distribuito nello spazio e nel tempo che è nata da una idea del poliedrico Fabio Babiloni, con la curatela, attenta e puntuale, della dottoressa Rossana Cosci.

Il vernissage si è tenuto il 7 febbraio scorso, in Via Sant’Andrea delle Fratte-Roma. Sono state esposte 160 cartoline, opere di artisti provenienti da tutta Europa: pittori, fotografi e scultori che hanno voluto far pervenire alla Fondazione, le loro creazioni d’arte, tutte ispirate agli attuali conflitti e alle tragedie che si consumano quotidianamente nel mondo. Un vero mosaico di sottolineature palpitanti che, solo l’Arte riesce a dare, un tracciato doloroso, dove s’intravvede però, la via verso la speranza, un ponte oltre le odissee della guerra, degli esodi e, degli insidiosi viaggi.
La mostra è una raccolta antologica che ha abbracciato infinite terre del globo: Estonia, Giappone, Germania, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna e Ungheria. Sono state esposte fragranze e profumi di un’arte proiettata verso la “fede”, voluta fortemente da Padre Ugo Barani, il presidente della Fondazione Collegio Nazareno che è, da sempre attento alla grande forza che l’arte vera possiede e che cerca di comunicare al resto del mondo; soprattutto, quando si occupa genere umano e, del suo complicato momento sociale e geopolitico.

L’idea di questo tempo è in assoluta sintonia con le aspettative del fondatore (oggi Santo) padre Giuseppe Calasanzio che, cerco argini robusti per la deriva del suo tempo, adoperandosi come costruttore di “ponti” favorendo, relazioni in alternativa alle solitudini e individualismi di un’epoca, difficile; chiamando a testimoniare il suo messaggio per i suoi giovani: il filosofo calabrese Tommaso Campanella e subito dopo Galileo Galilei. Un’epoca il 1500 che, ricorda la nostra ed è, per questo, che le attività del Nazareno rivestono importanza strategica. Fra gli artisti che espongono le loro opere d’arte anche lo zungrese Vincenzo Varone, ex professore dell’Accademia delle Belle Arti di Roma, fra gli artisti ospiti, in quelle stanze ove insegnò Tommaso Campanella fra i banchi della scuola di San Giuseppe Calasanzio, le aule che videro Galileo Galilei.
La Fondazione oggi prosegue nella tradizione, a riproporsi come vera oasi di speranza, per l’arte e, per tutta quell’umanità sensibile, che sono gli artisti. Continuando a sostenere la cultura, senza scopo di lucro; donando il proprio tempo e il proprio lavoro, concedendo e condividendo tutte le ambientazioni possibili, nella magia di questo spazio, assolutamente unico e raro. Ogni iniziativa gode di un grande e forte slancio ideale, per dare concretezza alle iniziative dei singoli e delle associazioni (di volontari veri): Associazioni che oggi si vedono strangolate dal Dio-denaro e, dalle gabbie normative impastoiate da una burocrazia cieca, sorda, spesso complice e tiranna del profitto ad ogni costo.

L’auspicio è quello di riuscire a creare un vero circolo virtuoso, basato sulla generosità e sul senso di una responsabilità comune che, credo, non abbia prezzo! Sappiamo che, la cultura non è una merce, è un bene comune di cui tutti siamo responsabili. Allora permettere di “fare cultura”, senza alcun obbligo né speculazione, significa coltivare l’anima di una comunità, testimoniare i valori della solidarietà e dell’interesse per ogni inquietudine dell’uomo, di questo tempo difficile. Sappiamo anche che quando e, se la cultura riesce a produrre anche valore economico, è di sicuro buona cosa, ma il vero successo – consentitemi di dirlo – è quando la cultura produce valore umano, solidarietà, emozione, relazione e critica. Quando – come in questo caso – il motore, è la generosità, è il tempo donato; tutto cambia e, cambiano anche le regole del gioco: Sostenere la cultura con la gratuità, significa abitare quel pianeta sensibile che Emily Dickinson definiva la «Dimora della Possibilità» (I dwell in Possibility).
Quando, non c’è commercio, tutto diventa un atto di resistenza, come ha scritto Italo Calvino, è quando l’impegno è «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» e, questo è l’invito che la Fondazione rivolge al mondo: l’appello al non arrendersi al cinismo o alla disperazione, ma il costruire, in mezzo alle difficoltà, spazi per la bellezza e per una umanità unita e solidale. Ecco, che la sfida di Padre Ugo Barani e della direttrice Rossana Cosci, diventa tentativo concreto; quel ritracciare il “segno” del pesce, o Ichthys il più antico simbolo cristiano, utilizzato segretamente dai credenti per ritrovarsi e riconoscersi, durante gli anni bui delle persecuzioni.

Qui al Nazareno, la cultura davvero si fa “pane degli angeli” – come diceva Dante -, nutrimento che, non si esaurisce consumandolo, ma si moltiplica condividendolo. Badate bene, sono tutte scelte coraggiose, alternative alla realtà di oggi, dove purtroppo, ogni sussulto dell’anima viene scartato o, peggio neanche percepito o soffocato, in favore sia della voracità del profitto che, di quella corsa infinita all’affermazione e alla sopraffazione sull’altro. Quando, come nel nostro caso, invece la Cultura è “pane” vero, di cui oggi sembra che solo pochi artisti si cibano, proprio perché, tanta parte dell’umanità continua a, non scegliere o si lascia trascinare passivamente o, addirittura condivide con convinzione una solitaria esistenza inerte e bestiale, senza comunione alcuna, ogni sforzo verso la solidarietà e la condivisione è veramente una novità urgente, strategica e necessaria.
Quando, è la generosità che sostituisce il profitto, le regole del mondo si capovolgono, il tempo smette di essere un cronometro tiranno di una produttività nociva e inutile e, quando il fine è, il donarsi disinteressato, il tempo diviene: «tempo dell’incontro», quello caro a Martin Buber. Donare il proprio lavoro, è l’atto pratico del concetto di “I care”(mi sta a cuore del nostro amato Don Lorenzo Milani), dove la fatica non è mai un costo, ma l’inchiostro con cui scriviamo la nostra e la storia dell’altro. “Fare e prodigarsi” per arte e artisti” è, slegarsi dalla rincorsa verso il “consenso di massa”, significa proteggere la «bellezza collaterale».

Coraggio! Per dirla con Pier Paolo Pasolini, coraggio nel difendere ogni piccola cosa: il dialetto, il marginale, le perle dell’anima contro ogni omologazione o consumismo. Per attualizzarne il concetto: si smette di cercare i “like” virtuali, per cercare, come ha scritto Montale, anche il valore assoluto di quella «maglia rotta nella rete» che ci permette di intravedere tanta verità. L’Utilità delle piccole cose: è Il vero successo, il non fatturabile, quello che per anni ha portato nel mondo il compianto professor Nuccio Ordine che, richiamava i suoi giovani alunni, all’attenzione verso l’«utilità dell’inutile». Questo è senza ombra di dubbio, il grande risultato di una bella produzione di solo valore umano: «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior», come è straordinariamente cristallizzato nella canzone dal sapore evangelico di Fabrizio De André.

La vera ricchezza germoglia dall’umiltà e si fa dono prezioso. Tutti valori, questi in controtendenza con l’aria e i venti che oggi, continuano ad agitate le acque tempestose della storia. La Fondazione Nazareno scegliendo una direzione “ostinata e contraria” diviene davvero “Cittadella del Fare” che continua ad opporsi ai rumori d’intorno. “Oasi del Cuore”, rifugio per le anime disorientate e relegate in un cantuccio che è l’offerta di “pace e concordia” in alternativa agli “eserciti di leoni da tastiera” che consumano il loro tempo nell’odio virtuale, abbracciando quella cultura del fare che è presenza fisica, condivisione e cammino comune. Auspichiamo che siano in tanti quelli che vorranno replicare il “progetto umano” del Nazareno e, così come avvenne per i monaci amanuensi che, salvarono la cultura classica durante i secoli bui, oggi auguriamo alle associazioni e ai singoli che operano armati solo di generosità che, agiscono come “scrigni di civiltà”; senza mai lasciarsi trascinare verso la violenza per poi replicare con altra con altra violenza, continuino con la virtuosità di questo cammino, fatto di concretezza di progetti, di un restauro, di un aiuti e di solidarietà vera. Tutti insieme verso la bellezza. Un desiderio quello del Padre fondatore giunto sino ai nostri giorni, fino alle parole che qui pronunciò Mihail Gorbaciov: “[…] sogno, anzi spero, di contribuire a realizzare una società democratica nella quale si possa credere nei valori liberali come in quelli sociali, laici e spirituali. …Un cammino verso quella …”nuova morale” fondata sulla responsabilità comune e sulla cura dei più deboli. Credo di non essere l’unico a immaginare il […] sogno” Lassù S. Giuseppe Calasanzio sorride…
