Ci sono uomini che la storia consegna alla memoria per le battaglie combattute. E poi ci sono uomini che meritano di essere ricordati per il modo in cui hanno attraversato quelle battaglie, senza rinunciare ai propri ideali e alla propria umanità.
È il caso di Gaetano Filastò, maestro elementare originario di Santo Stefano in Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, protagonista di una vicenda umana che attraversa uno dei capitoli più drammatici della storia italiana: la Prima guerra mondiale.
La sua non fu soltanto la storia di un soldato mandato al fronte. Fu soprattutto quella di un uomo che, pur trovandosi immerso nella violenza della guerra, volle continuare a svolgere una missione diversa: aiutare gli altri, soccorrere i feriti, alleviare le sofferenze di chi combatteva e di chi, spesso, non sarebbe più tornato a casa.
Partì da Reggio Calabria il 25 maggio 1915. Era stato assegnato al 20° Reggimento di fanteria e raggiunse il fronte con il grado di caporal maggiore. Ma Filastò aveva scelto di non abbandonare il servizio di aiuto di sanità per intraprendere una carriera militare da ufficiale. Una decisione che racconta molto della sua personalità.
Aveva, infatti, una profonda ripugnanza per la violenza e per il sangue. Eppure credeva negli ideali che avevano accompagnato l’intervento italiano nel conflitto. Cercò così di conciliare le proprie convinzioni con la realtà della guerra, scegliendo di stare accanto a chi soffriva.
La guerra raccontata attraverso le sue parole
A rendere ancora più preziosa la figura di Filastò sono i suoi scritti. Durante il servizio al fronte annotava impressioni, episodi e riflessioni, che successivamente sviluppava nei periodi di riposo e durante le licenze, inviandoli al fratello.
Da quelle pagine nacque il diario Sulla via di Trieste, pubblicato a Catania nel 1918, dopo la sua morte.
Non si tratta soltanto di una testimonianza militare. È il racconto di un uomo che osserva la guerra con gli occhi di un maestro, di una persona abituata a educare, riflettere e interrogarsi sul destino degli altri.
Particolarmente significativa è la lettera del 21 ottobre 1915, nella quale Filastò affidava alla famiglia il senso più profondo della propria missione.
Scriveva:
«La soddisfazione di aver potuto sul campo di battaglia alleviare con la pietosa mano e con la dolce parola del conforto i dolori e gli spasimi di tanti gloriosi feriti e raccogliere con venerazione l’ultima parola di qualche agonizzante».
Parole che restituiscono tutta la dimensione umana del personaggio. Filastò non cercava la gloria attraverso il combattimento, ma trovava significato nel poter essere vicino a chi aveva bisogno di aiuto.
Nella stessa lettera affidava alla madre la speranza di poter tornare a casa, ma anche la consapevolezza che il destino avrebbe potuto riservargli una sorte diversa.
E ai suoi scolari pensava ancora, anche mentre si trovava lontano dalla Calabria. Era convinto che non si sarebbero dimenticati di lui.
Il presagio e l’ultimo giorno sul Carso
Con il passare dei mesi, la guerra diventò sempre più logorante. Le illusioni iniziali lasciarono spazio alla consapevolezza della morte, alla perdita dei compagni e alla stanchezza di un conflitto che sembrava non avere fine.
In una lettera del 27 agosto 1916, Filastò scriveva al fratello parole particolarmente intense:
«Il mio astro tramonta prima del meriggio».
Era una riflessione amara, nella quale emergeva la percezione di un destino sempre più difficile da evitare. Nonostante tutto, continuava a interrogarsi sulla propria esistenza, sui sogni interrotti e sulla possibilità di migliorarsi.
Il 14 ottobre 1916, nel Vallone di Doberdò, sul Carso, una granata austriaca pose fine alla sua vita.
Gaetano Filastò morì lontano dalla sua terra, lontano dalla madre, dai familiari e dai suoi scolari. Aveva poco più di un anno di guerra alle spalle, ma aveva già lasciato una testimonianza destinata a sopravvivere alla sua stessa esistenza.
La Calabria che non dimentica
La sua storia non rimase confinata alle pagine di un diario. Il paese natale volle conservarne il ricordo attraverso un’opera che ancora oggi rappresenta un importante segno della memoria collettiva.
A Santo Stefano in Aspromonte venne realizzato un complesso monumentale comprendente un asilo per l’infanzia, una biblioteca e il monumento ai Caduti della Prima guerra mondiale. Il progetto fu affidato al celebre architetto Marcello Piacentini e l’edificio venne inaugurato nel 1932, dedicato proprio a Gaetano Filastò e alla memoria dei caduti del paese.
Un luogo dal significato particolare: un maestro che aveva dedicato la propria vita all’educazione dei bambini veniva ricordato attraverso un’opera destinata proprio all’infanzia e alla cultura.
La vicenda di Gaetano Filastò merita oggi di essere riscoperta non soltanto come pagina della storia calabrese, ma come testimonianza di un uomo capace di mantenere la propria coscienza anche nelle circostanze più estreme.
Nel 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il suo nome assume un significato ancora più profondo. Non soltanto quello di un calabrese caduto durante la Grande Guerra, ma quello di un uomo che, persino davanti alla morte, aveva scelto di mettere al centro la vita degli altri.
Perché Gaetano Filastò non ha lasciato soltanto il ricordo di una morte sul Carso. Ha lasciato le parole di un uomo che, in mezzo alla guerra, non aveva smesso di credere nel valore della solidarietà e della pietà umana.