Tra le figure più antiche e suggestive della tradizione cristiana calabrese, Santo Stefano di Nicea occupa un posto particolare: non è soltanto un martire venerato dalla Chiesa, ma è soprattutto il nome con cui Reggio Calabria racconta le proprie origini apostoliche. La sua memoria è celebrata il 5 luglio, giorno in cui l’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova lo ricorda come patrono secondario e come primo vescovo della città.
Secondo l’antica tradizione reggina, Stefano proveniva da Nicea e fu compagno o discepolo di San Paolo. L’Apostolo, durante il viaggio verso Roma narrato negli Atti degli Apostoli, fece tappa a Reggio: «di lì, costeggiando, giungemmo a Reggio», si legge in Atti 28,13. Proprio a questo passaggio biblico la Chiesa reggina collega la nascita della prima comunità cristiana sul suolo calabrese. Prima di ripartire verso Pozzuoli, Paolo avrebbe affidato a Stefano la guida dei cristiani della città, consacrandolo vescovo.
La figura di Santo Stefano di Nicea è dunque inseparabile da Reggio Calabria. Egli rappresenta, nella memoria religiosa locale, il primo anello di una lunga catena episcopale e il segno di una Chiesa che si considera nata dall’annuncio paolino. È importante distinguere tra tradizione e documentazione storica: le fonti ecclesiastiche ricordano Stefano come primo vescovo secondo antiche tradizioni, mentre il primo vescovo reggino attestato da documenti storici è Lucio, citato prima del 590 nell’epistolario di San Gregorio Magno. Questa distinzione non diminuisce il valore di Stefano; al contrario, mostra come la sua figura appartenga al patrimonio spirituale, simbolico e identitario della città.

A Reggio Calabria, il racconto di Stefano si intreccia con quello della celebre colonna di San Paolo, custodita nella Cattedrale. La tradizione narra che l’Apostolo avesse ottenuto di parlare alla folla pagana finché fosse durata la fiamma di una lucerna posta su una colonna; quando la fiamma si consumò, sarebbe stata la colonna stessa ad ardere, permettendo a Paolo di proseguire la predicazione fino al mattino. Quel prodigio avrebbe favorito la conversione di molti reggini e segnato l’inizio della diffusione del cristianesimo in Calabria.
Santo Stefano, rimasto a guidare la giovane comunità cristiana, avrebbe consolidato la fede nascente in un contesto ancora segnato dal paganesimo e dalle tensioni dell’età romana. La tradizione agiografica lo presenta come vescovo zelante, testimone coraggioso e infine martire: catturato durante le persecuzioni, sarebbe stato decapitato per la sua fede. Il Martirologio Romano lo ricorda appunto a Reggio Calabria come vescovo e martire.
La sua presenza è visibile ancora oggi nella vita religiosa e artistica della città. Sul sagrato del Duomo di Reggio Calabria si trovano le statue marmoree di San Paolo e Santo Stefano, collocate nel 1934 e realizzate dallo scultore Francesco Jerace; all’interno della Cattedrale, inoltre, opere e memorie liturgiche richiamano il legame tra Paolo, Stefano e la fondazione della Chiesa reggina. Anche la parrocchia di Santo Stefano di Nicea, nel quartiere Archi, testimonia la continuità di questo culto nel tessuto urbano contemporaneo.

Nel 1980, con la bolla “Cum Rheginensis Ecclesia”, San Giovanni Paolo II dichiarò San Paolo patrono principale dell’Arcidiocesi; Santo Stefano, fino ad allora patrono principale, divenne patrono secondario. Questo passaggio non cancellò la sua centralità: Stefano rimase il volto episcopale delle origini, colui che incarna la continuità tra l’annuncio apostolico e la vita concreta della comunità cristiana reggina.
Santo Stefano di Nicea, quindi, non è soltanto un santo del calendario locale. È una figura attraverso cui Reggio Calabria legge se stessa: città mediterranea, approdo apostolico, porta della fede in Calabria. La sua memoria unisce storia, tradizione, arte e devozione popolare, ricordando che le radici spirituali di una comunità non vivono solo nei documenti, ma anche nei luoghi, nei riti, nelle pietre e nei racconti tramandati di generazione in generazione.