L’antico convento dei Santi Pietro e Paolo sorgeva fuori dall’abitato di Arcavacata, nella contrada Rocchi, nel territorio di Rende. Le sue origini sono legate alla presenza del monachesimo bizantino in Calabria, anche se non è possibile stabilire con certezza la data esatta della sua fondazione. Il monastero risulta già esistente nell’XI secolo e, nel corso del XII secolo, passò progressivamente sotto la giurisdizione della Chiesa di Roma, adottando il rito latino.
Oltre alla funzione religiosa, il complesso svolgeva un importante ruolo economico, grazie alle fertili terre agricole che gli appartenevano e che contribuivano al sostentamento della comunità monastica. La sua storia subì una svolta nel 1569, quando un violento terremoto provocò il crollo di gran parte del monastero e della chiesa annessa, segnando il declino della struttura religiosa e l’inizio di una progressiva trasformazione delle proprietà.
Con la fine della vita monastica, i terreni passarono gradualmente a diverse famiglie private, tra cui i Pagliaro, i Pastore e gli Alarcón Mendoza. Tra il XVIII e il XIX secolo, l’area fu interessata da ulteriori cambiamenti e la famiglia Magdalone contribuì alla trasformazione del complesso in una residenza rurale conosciuta come Casino delle Rose. Le modifiche apportate nel corso dei secoli alterarono profondamente l’aspetto originario dell’edificio, rendendo difficile distinguere le strutture medievali da quelle successive.
Fino agli anni Cinquanta del Novecento, l’edificio, caratterizzato da una struttura di tipo nobiliare, ospitava numerose famiglie di Arcavacata che lavoravano le terre circostanti per conto dei proprietari. Successivamente, il complesso è andato incontro a un progressivo abbandono, fino a raggiungere l’attuale stato di grave degrado e rovina.
Oggi, le strutture murarie ancora visibili rappresentano una possibile testimonianza dell’antico monastero medievale e delle successive trasformazioni del territorio. Nonostante le condizioni precarie, il complesso conserva un significativo valore storico e culturale, poiché racconta una parte della storia religiosa, agricola e sociale di Arcavacata.















