Sigonella, la notte in cui l’Italia disse no agli Stati Uniti
Ci sono momenti nella storia di una nazione in cui una decisione politica assume un significato che va ben oltre le circostanze nelle quali viene presa. La crisi di Sigonella, del 10 ottobre del 1985, è uno di questi.
Fu una notte nella quale l’Italia, pur essendo uno dei principali alleati degli Stati Uniti e membro della NATO, rivendicò la propria sovranità e impedì che sul territorio italiano prevalesse la volontà di Washington. Al centro della vicenda c’era il presidente del Consiglio Bettino Craxi, che si trovò di fronte a una delle crisi diplomatiche più delicate della storia della Repubblica.
Dall’Achille Lauro a Sigonella
Il 7 ottobre 1985 il transatlantico italiano Achille Lauro venne sequestrato da un commando palestinese. La vicenda si concluse con la liberazione degli ostaggi, ma nel frattempo era stato ucciso il cittadino statunitense Leon Klinghoffer.
Gli Stati Uniti decisero di intervenire direttamente. I caccia americani intercettarono l’aereo egiziano sul quale viaggiavano i sequestratori e lo costrinsero ad atterrare alla base NATO di Sigonella, in Sicilia.
È a quel punto che la crisi assunse una dimensione completamente diversa.
Gli americani volevano prendere in consegna i responsabili. Ma l’aereo era atterrato sul territorio italiano e il governo di Roma rivendicò la propria competenza sull’operazione. Craxi sostenne che i reati commessi sulla nave italiana dovessero essere sottoposti alla giurisdizione italiana.
La tensione arrivò a un livello quasi impensabile tra due Paesi alleati: militari italiani circondarono l’aereo egiziano, mentre militari statunitensi, arrivati con propri velivoli, si disposero attorno alle forze italiane. Per alcune ore, a Sigonella, gli alleati si trovarono praticamente uno di fronte all’altro.
Il confronto tra Craxi e Reagan
Nella notte Ronald Reagan telefonò direttamente a Craxi. Il presidente americano chiedeva che i responsabili dell’omicidio di Klinghoffer fossero trasferiti negli Stati Uniti.
Craxi non accettò.
La posizione italiana fu che non spettava agli Stati Uniti decidere autonomamente cosa dovesse accadere sul territorio italiano. Dopo una lunga trattativa, i palestinesi vennero presi in consegna dalle autorità italiane. Abu Abbas, che si trovava sull’aereo, riuscì invece successivamente a lasciare l’Italia.
Quella decisione provocò una durissima reazione americana e una crisi anche all’interno della maggioranza italiana. Il Partito Repubblicano ritirò infatti la propria delegazione dal governo, contribuendo all’apertura di una crisi politica. Gli atti parlamentari dell’epoca documentano quanto la vicenda avesse inciso sui rapporti tra le forze politiche italiane e sui rapporti con Washington.

Il significato di quel “no”
Sigonella non significò che l’Italia fosse diventata improvvisamente ostile agli Stati Uniti.
Craxi era un uomo politico fortemente inserito nel sistema occidentale. Il suo governo aveva accettato, tra l’altro, l’installazione dei missili Cruise americani in Italia. Proprio per questo la crisi di Sigonella viene ricordata come un episodio particolare: un governo italiano che, pur mantenendo l’alleanza strategica con Washington, stabilì un limite alla possibilità degli Stati Uniti di agire autonomamente sul territorio italiano.
La questione centrale non era dunque semplicemente “America contro Italia”. Era una questione di sovranità, giurisdizione e rapporti tra alleati.
Ed è questo che rende ancora oggi Sigonella una vicenda così importante.
Craxi avrebbe pagato quella scelta?
È qui che la storia entra in un terreno più controverso.
A distanza di anni, una parte della pubblicistica e della memoria politica italiana ha interpretato le successive vicende giudiziarie di Craxi come una sorta di regolamento di conti per la posizione assunta a Sigonella. Secondo questa lettura, il leader socialista avrebbe pagato politicamente la scelta di essersi opposto agli Stati Uniti.
Ma bisogna distinguere la tesi politica dai fatti documentati.
Craxi rimase presidente del Consiglio fino al 1987 e, dopo Sigonella, continuò a esercitare un ruolo centrale nella politica italiana. Non esiste una prova giudiziaria che dimostri che le vicende di Tangentopoli siano state provocate o pilotate dagli Stati Uniti come ritorsione per Sigonella.
È invece documentato che, a partire dal 1992, Craxi fu coinvolto nelle inchieste di Tangentopoli, che riguardarono il finanziamento illecito dei partiti; fu successivamente condannato dalla giustizia italiana e si trasferì ad Hammamet nel 1994.
Dire quindi che “Craxi fu punito dagli Stati Uniti per Sigonella” come fatto storico accertato sarebbe un’affermazione che le fonti disponibili non consentono di dimostrare.
Ma questo non impedisce di porsi una domanda storica e politica: quanto pesò, nella successiva percezione internazionale di Craxi, il fatto che nel 1985 avesse dimostrato di essere disposto a contraddire Washington su una questione considerata fondamentale?
È una domanda diversa dall’affermare che esistesse un complotto. Ed è una domanda sulla quale esistono interpretazioni differenti.
L’eredità di quella notte
La crisi di Sigonella rimane uno degli episodi nei quali la politica estera italiana mostrò una propria capacità di iniziativa autonoma.
L’Italia non mise in discussione la propria collocazione occidentale. Ma, in quella notte, Craxi sostenne che essere alleati degli Stati Uniti non significasse rinunciare alla sovranità nazionale.
È forse questo il motivo per cui Sigonella continua a essere ricordata ancora oggi.
A oltre quarant’anni di distanza, il nome della base siciliana è diventato quasi sinonimo di una domanda che riguarda ogni alleanza: fino a dove arriva la fedeltà a un alleato e dove comincia la sovranità di uno Stato?
Nell’ottobre del 1985 Craxi diede una risposta precisa: l’alleanza con gli Stati Uniti non poteva significare che l’Italia rinunciasse al diritto di decidere sul proprio territorio.
Il resto della storia di Craxi, dalle vicende politiche degli anni successivi a Tangentopoli e all’esilio ad Hammamet, appartiene a un capitolo molto più complesso. Collegare automaticamente quella parabola alla notte di Sigonella significa trasformare un’interpretazione in una certezza. Ma è altrettanto difficile negare che quella notte abbia rappresentato uno dei momenti più significativi della politica estera italiana della Prima Repubblica.