San Tommaso di Terreti è una delle figure più rappresentative della spiritualità calabro-greca dell’età bizantina. Monaco, abate e uomo di profonda vita ascetica, visse nel X secolo e morì il 5 luglio dell’anno 1000, data in cui la tradizione ecclesiastica ne celebra la memoria. Il Martirologio Romano lo ricorda con parole essenziali ma significative: «Nel monastero di Santa Maria di Terreto vicino a Reggio Calabria, san Tommaso, abate».
La sua vicenda si colloca in un periodo decisivo per la storia religiosa della Calabria. Tra il IX e l’XI secolo, infatti, il territorio calabrese fu uno dei grandi centri del monachesimo italo-greco, detto comunemente basiliano. In quegli anni, soprattutto a causa dell’instabilità del Mediterraneo e delle incursioni arabe in Sicilia e nell’Italia meridionale, molti monaci di tradizione bizantina trovarono rifugio nelle aree interne della Calabria, dove sorsero monasteri, eremi, laure e comunità ascetiche.
San Tommaso nacque a Reggio Calabria nei primi anni del X secolo. Fin dalla giovinezza scelse la vita monastica, entrando in quel mondo spirituale fatto di preghiera, digiuno, penitenza, silenzio e studio che caratterizzava il cristianesimo bizantino dell’Italia meridionale. In seguito divenne abate, o più propriamente egumeno, del monastero della Madre di Dio, la Theotokos, a Terreti, località collinare posta alle spalle di Reggio Calabria.
Terreti non era un luogo marginale. Situata su una terrazza naturale che domina lo Stretto, a circa dieci chilometri dal centro di Reggio Calabria, rappresentava uno spazio ideale per la vita monastica: appartato, elevato, vicino alla città ma allo stesso tempo separato dal suo movimento quotidiano. Proprio qui sorgeva l’abbazia bizantina di Santa Maria di Terreti, dedicata alla Vergine Theotokos. Il monastero è attestato già intorno all’anno 1000, quando viene ricordato il suo egumeno Tommaso da Reggio.
La tradizione descrive San Tommaso come uno dei più qualificati rappresentanti dell’ascetismo del suo tempo. Non fu soltanto un superiore monastico, ma un padre spirituale. Guidò i monaci non tanto con la severità di norme scritte, quanto con l’esempio personale. La sua autorità nasceva dalla santità della vita, dalla coerenza, dalla preghiera e dalla capacità di rendere il monastero un luogo di disciplina interiore e di elevazione spirituale.
L’immagine più suggestiva legata alla sua memoria è quella dei ritiri nelle grotte. Secondo la tradizione popolare, San Tommaso trascorreva lunghi periodi in solitudine e penitenza in alcune grotte scavate nel tufo, ancora ricordate nella zona nord di Terreti, lungo la strada che conduce verso Santa Domenica. Questi luoghi non erano semplici rifugi naturali: nella mentalità monastica bizantina diventavano spazi di lotta spirituale, dove il monaco cercava il distacco dal mondo e l’unione più profonda con Dio.
Il monastero di Santa Maria di Terreti divenne celebre anche grazie alla sua presenza. San Tommaso appartiene alla grande stagione dell’agiografia calabro-greca, la stessa che vide fiorire figure come San Nilo da Rossano, San Fantino il Giovane, San Nicodemo da Cirò, San Saba e altri santi monaci dell’Italia bizantina. In questo contesto, la Calabria non fu una periferia, ma un ponte tra Oriente e Occidente: conservò la lingua greca, la liturgia bizantina, la cultura dei monasteri e una forte tradizione ascetica.
Il titolo di abate, nella sua esperienza, va inteso in senso pienamente spirituale. L’egumeno non era solo un amministratore del monastero: era guida, maestro, custode della comunità e modello di vita. San Tommaso fu ricordato come “onore dei religiosi” e “tre volte beato”, espressioni che mostrano la venerazione nata attorno alla sua figura già in epoca antica.
La morte, avvenuta il 5 luglio 1000, segnò l’inizio immediato del culto. I fedeli reggini accorsero numerosi al suo sepolcro, riconoscendo in lui un santo vicino alla città e alla sua storia. La sua venerazione rimase viva per secoli, anche se con il tempo conobbe momenti di affievolimento; fu poi ripresa dopo un lungo periodo, segno di una memoria mai del tutto cancellata.
Dell’antica abbazia di Santa Maria di Terreti restano oggi ruderi e frammenti importanti: parti del pavimento musivo e colonne, alcune delle quali furono trasferite presso la Chiesa degli Ottimati nel centro di Reggio Calabria. Questi resti materiali sono preziosi perché collegano la memoria del santo a un luogo concreto, testimoniando l’esistenza di una civiltà monastica raffinata, capace di produrre arte, architettura e cultura.
San Tommaso di Terreti è dunque una figura fondamentale per comprendere la Reggio Calabria bizantina. La sua santità nasce sulle colline della città, in un monastero dedicato alla Madre di Dio, tra grotte, silenzi, preghiere e comunità monastiche. In lui si incontrano la tradizione greca, la fede cristiana, l’identità calabrese e la forza spirituale del monachesimo.
Ricordarlo oggi significa recuperare una pagina luminosa della storia reggina: quella di una Calabria che fu terra di santi, di asceti, di monasteri e di cultura bizantina. San Tommaso non lasciò grandi opere scritte, ma lasciò un’eredità più silenziosa e forse più profonda: l’esempio di una vita interamente consacrata a Dio, capace di rendere Terreti non solo un luogo geografico, ma un simbolo della spiritualità calabrese.