In un pomeriggio assolato di fine dicembre, attraversando vari paesi addobbati a festa, ci siamo recati presso un sito archeologico tuffandoci in un periodo storico molto remoto.
Questa zona si trova in territorio di Ferruzzano (RC). Come afferma l’archeologo Sebastiano Stranges Ellesmere, il sito ha due toponimi sulle cartine antiche: Judarìo e San Crini o San Crimi.
Il termine Judarìo allude alla presenza ebraica sul posto.
Numerose sono le tracce degli Ebrei presenti in Calabria. Si tratta di reperti archeologici, prove documentali e termini presenti nella toponomastica, nel dialetto e nei cognomi. Ho già dedicato diversi post con le testimonianze del vissuto ebraico in Calabria. Per chi volesse approfondire l’argomento, lascio qui il link di uno dei miei tanti post dedicati agli ebrei:
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Ritornando sul sito di Ferruzzano, fu rinvenuto materiale ceramico simile e coevo alle ceramiche rinvenute nella sinagoga ebraica che esisteva in territorio di Bova Marina (RC), quindi del periodo V – VII secolo d.C. Oggi i ruderi della sinagoga si trovano nel Parco Archeologico di Archeoderi a Bova Marina.
Ancora prima, il sito di Ferruzzano fu sfruttato anche durante l’Età del Bronzo. Dunque, oltre alla frequentazione preistorica, greca, romana e a quella ebraica, ci fu molto probabilmente anche quella armena. L’altro toponimo del sito, San Crini o San Crimi, come afferma l’archeologo Stranges, si riferisce infatti al nome armeno di San Klmni che significa San Clemente. Per sapere di più sulla presenza armena in Calabria, aggiungo un altro mio link sull’argomento da me già trattato:
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Sul sito c’è una tomba a grotticella con tre sedute. In Calabria, questo metodo di sepoltura, usato soprattutto dagli ordini religiosi, è presente in diverse chiese e grotte. Non è molto piacevole parlare di questo argomento ma è una realtà storica. Questo metodo di sepoltura è nato intorno all’XI secolo. È noto come sepoltura a “cantarelle” o “scolatoi” oppure “a coro”. I corpi dei defunti venivano messi in un ambiente provvisorio, noto come “putridarium”, in cui avveniva un processo detto “tanatomorfosi”. Durante questo processo, i corpi venivano posizionati su seggi in muratura addossati alla parete e aventi ciascuno un canale di scolo per far defluire i liquidi del corpo, in decomposizione, verso un pozzo centrale (o cantoro). I corpi seduti erano agganciati per le spalle sui ganci collocati sulla superficie verticale. Dopo la putrefazione dei corpi, le ossa venivano raccolte, lavate e trasferite nella sepoltura definitiva dell’ossario. Lo scopo di questo metodo di sepoltura era quello di ricordare ai monaci la caducità della carne, quelle carni che liberano le ossa, simbolo di purezza. Rappresentava anche i vari stadi della dolorosa purificazione dell’anima del defunto nel suo viaggio verso l’eternità, accompagnato dalle preghiere dei viventi.
Questa tomba rupestre pare facesse parte di un monastero femminile delle Clarisse. Probabilmente ce n’erano altre che andarono distrutte per ricavare dalla pietra arenaria delle macine.
Secondo l’archeologo Stranges, poiché all’interno della tomba esiste un graffito raffigurante una grande ala d’angelo, questa sepoltura richiamerebbe la Porziuncola, dove è pure raffigurato un angelo sulla parete interna dell’entrata, sul lato destro. La Porziuncola, chiesetta che si trova dentro la Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, è il luogo dove fu fondato l’ordine francescano e quindi delle Clarisse. È come se tale sepoltura fosse custodita sotto l’ala protettiva dell’angelo.
La tomba potrebbe risalire al XIII secolo ed essere stata successivamente inglobata nel convento delle Clarisse, di cui esiste ancora una parete, e in questo periodo probabilmente fu incisa l’ala dell’angelo.











