Il 25 aprile non è solo una data, ma un patrimonio di storie. Tra queste, emergono con forza quelle delle donne calabresi, spesso dimenticate o rimaste ai margini della narrazione ufficiale, ma protagoniste di un impegno coraggioso e determinante.
Accanto a figure simbolo come Teresa Gullace e alle sorelle Pontoriero, si collocano storie intense e documentate, come quella di Anna Cinanni, di Gerace. Sorella del partigiano Paolo, fu arrestata e sottoposta a ripetute sevizie in carcere. La sua vicenda è stata recuperata grazie a studi come La Resistenza taciuta e I partigiani calabresi nell’Appennino Ligure-Piemontese, che hanno restituito voce a queste biografie rimaste a lungo nell’ombra.
Di straordinario valore è anche la figura di Caterina Tallarico, originaria di Marcedusa, sorella del comandante partigiano “Frico” (Federico). Giovane medico appena laureata, salì in montagna per prestare servizio nella brigata del fratello. La sua opera non si limitò ai partigiani feriti, ma si estese anche ai prigionieri tedeschi e fascisti, dimostrando un altissimo senso etico e umano. La sua testimonianza diretta è contenuta nel libro autobiografico Una donna… un medico… una vita, documento prezioso per comprendere quel periodo.
Tra le protagoniste troviamo anche Giuseppina Russo di Roccaforte del Greco, ricordata tra le “Api furibonde”, e Anna Condò di Reggio Calabria, anch’esse espressione di un impegno concreto nella lotta antifascista.
Ma il vero cuore della memoria del 25 aprile è fatto anche di nomi meno noti, spesso tramandati solo in archivi locali o nella memoria familiare. Donne come:
- Cosco Lucia (Catanzaro)
- Lucio Alba e Lucio Assunta (Crotone)
- Di Tocco Maria (Vibo Valentia)
- Oneglia Antonietta (Catanzaro)
- Carpino Maria (Colosimi)
- Fadel Giacomina (Cosenza)
- Arcidiaco Domenica (San Lorenzo)
- Bazzani Gazagne Margherita (Sant’Ilario dello Ionio)
- Torello Maria (Reggio Calabria)
- Panuccio Maria (Sant’Eufemia d’Aspromonte)
- Gangemi Concetta (Palmi)
- Pata Franceschina e Pata Angela (Mileto)
- Di Tocco Bice (Reggio Calabria)
- Ranieri Isolina (San Giorgio Morgeto)
- Forte Carinda (Saracena)
- Montanari Carmelina (Siderno)
- Iaconetti Maria (Carolei)
- Barone Maria (Vibo Valentia)
- Vuorinna Giovanna (Rossano Calabro)
E naturalmente le sorelle Anna, Giulia e Tina Pontoriero di Rosarno.
Sono nomi che, presi singolarmente, possono sembrare piccoli frammenti. Ma insieme compongono una rete vasta e coraggiosa: staffette, infermiere, combattenti, donne che nascosero perseguitati, che portarono messaggi, che subirono violenze, che rischiarono la vita ogni giorno.
Il 25 aprile deve essere anche questo: un momento per restituire identità e dignità a queste donne. Non solo celebrazione della Liberazione, ma riconoscimento di un protagonismo femminile diffuso, che ha attraversato l’Italia da Nord a Sud, unendo anche la Calabria a quella lotta per la libertà.
Ricordarle oggi significa completare la storia. Significa dire che la Liberazione non è stata solo una vittoria militare, ma il risultato di una partecipazione collettiva, dove anche il coraggio silenzioso di queste donne ha avuto un peso decisivo.
E finché i loro nomi continueranno a essere pronunciati, il 25 aprile non sarà solo memoria: sarà ancora, profondamente, libertà.
Le donne calabresi partigiane rappresentano una pagina ancora poco conosciuta ma essenziale della storia della libertà italiana. Il loro contributo alla Resistenza italiana è stato concreto, rischioso e spesso silenzioso, ma determinante nel percorso che ha portato al 25 aprile 1945, giorno della Liberazione, oggi celebrato come Festa della Liberazione.
In Calabria, terra geograficamente lontana dai principali teatri della guerra partigiana, molte donne scelsero comunque di partecipare alla lotta contro il nazifascismo. Alcune rimasero nei propri territori, offrendo supporto logistico, nascondendo perseguitati, mantenendo vivi i contatti tra antifascisti. Altre, invece, partirono verso il Centro e il Nord Italia, unendosi direttamente alle brigate partigiane.
Tra queste figure emergono nomi che meritano di essere ricordati. Maria Oliverio, pur appartenente a un’epoca precedente, è spesso evocata come simbolo storico della ribellione femminile calabrese, un’eredità ideale raccolta dalle partigiane del Novecento. Durante la Seconda guerra mondiale, donne calabresi come Giuseppina Straface e Angela Napoli (quest’ultima attiva successivamente anche in ambito politico) incarnano, in forme diverse, il coraggio e l’impegno civile che affondano le radici proprio in quegli anni difficili.
Accanto a loro, seppur non tutte note alla grande storia, vi furono numerose staffette partigiane calabresi: giovani donne che trasportavano armi, messaggi e documenti attraversando posti di blocco e territori occupati. Senza il loro lavoro, molte azioni della Resistenza non sarebbero state possibili. Donne spesso giovanissime, che agirono nell’ombra ma con un senso altissimo di responsabilità.
Il loro impegno si lega idealmente a quello di figure più note della Resistenza italiana, come Irma Bandiera, Teresa Mattei e Nilde Iotti, che rappresentano il volto femminile della lotta di liberazione. Le donne calabresi, pur meno celebrate, condivisero lo stesso destino di rischio e lo stesso ideale di giustizia.
Teresa Gullace, originaria della Calabria, fu uccisa a Roma nel 1944 mentre cercava di parlare con il marito, detenuto dai nazisti. Il suo gesto, semplice e profondamente umano, si trasformò in un atto di straordinario coraggio civile. La sua morte divenne un simbolo della Resistenza popolare e dell’impegno delle donne contro l’oppressione. La sua figura ha anche ispirato il personaggio di Pina nel celebre film Roma città aperta di Roberto Rossellini.
Inserire Teresa Gullace in un articolo sulle donne calabresi partigiane significa dare volto e storia a quel coraggio diffuso che spesso non ha avuto armi, ma che è stato altrettanto decisivo. La sua vicenda dimostra come la Resistenza non sia stata solo lotta armata, ma anche resistenza civile, fatta di gesti quotidiani e di sacrifici estremi.
Nel contesto del 25 aprile, la memoria di Teresa Gullace assume un valore ancora più profondo: rappresenta tutte quelle donne – note e anonime – che hanno contribuito alla Liberazione con determinazione, pagando spesso con la vita. Ricordarla significa ricordare che la libertà conquistata nel 1945 è anche il frutto del suo sacrificio.
Accanto a figure simbolo come Teresa Gullace, anche Tina Pontoriero e le sorelle Anna e Giulia Pontoriero meritano di essere ricordate quando si parla del contributo delle donne calabresi alla Resistenza italiana, soprattutto nel significato profondo del Festa della Liberazione.
Le sorelle Pontoriero – Tina, Anna e Giulia – rappresentano quel tessuto meno noto ma fondamentale della Resistenza: donne che, pur non sempre inserite nelle narrazioni ufficiali, hanno partecipato con coraggio alla lotta antifascista. Provenienti dalla Calabria, si distinsero per attività di supporto e collegamento, contribuendo alla rete clandestina che permetteva ai gruppi partigiani di comunicare, organizzarsi e sopravvivere.
Il loro ruolo si colloca soprattutto nell’ambito della resistenza civile e delle staffette: trasporto di messaggi, aiuto ai perseguitati, sostegno logistico. Attività che potevano sembrare “invisibili”, ma che esponevano a rischi enormi: arresti, torture, deportazioni. In questo senso, la loro storia si intreccia con quella di tante altre donne italiane che hanno combattuto senza armi, ma con determinazione e senso di giustizia.
Il 25 aprile non è soltanto una ricorrenza storica, ma un momento di memoria collettiva che deve includere anche queste storie. Ricordare le donne calabresi partigiane significa ampliare lo sguardo sulla Liberazione, riconoscendo che essa è stata il risultato di un impegno diffuso, che ha attraversato regioni, generazioni e generi.
Molte di queste donne, dopo la guerra, continuarono il proprio impegno nella società civile, contribuendo alla nascita dell’Italia democratica. Il diritto di voto conquistato nel 1946 fu anche il frutto del loro sacrificio.
Oggi, nel celebrare la Festa della Liberazione, è doveroso restituire dignità e memoria a queste protagoniste dimenticate. Perché la libertà conquistata il 25 aprile 1945 porta anche il loro nome, la loro voce e il loro coraggio.